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Napoli rimase in mano al Vicario Pignatelli
Strongoli, che fu poi di fatto esautorato dal
Corpo degli Eletti, un antico organismo aristocratico,
ove spiccava la figura del giovane Antonio Capece
Minutolo principe di Canosa, strenuo difensore
della legittimità borbonica (lo sarà per tutta
la vita); ma di fatto, durante i giorni di gennaio,
l'anarchia si affermò nella capitale, specie
man mano che i francesi si avvicinavano. Alla
notizia che anche la fortezza di Capua si era
consegnata ai napoleonici senza combattere,
i lazzari, decine di migliaia di popolani napoletani,
presero il controllo della città, pronti a combattere
fino alla fine contro i francesi ed i giacobini
locali in difesa del Trono e della religione.
I lazzari assaltano Castelnuovo |
La
rivolta dei lazzari iniziò appunto il
giorno 13 gennaio 1799, e costrinse i
democratici partenopei a rinchiudersi
nelle fortezze della capitale. Quando
Championnet decise di attaccare Napoli,
i lazzari iniziarono un'eroica quanto
impossibile resistenza, che durò fino
al giorno 23, e costò 10.000 morti più
1.000 francesi. Il giorno 21, mentre l'intera
città combatteva e moriva contro i francesi,
poche decine di giacobini rinchiusi in
Castel S.Elmo avevano proclamato la nascita
ufficiale della Repubblica Partenopea. |
Alla fine Championnet prese la città
(occorsero, per venire a capo della resistenza
popolare, tre eserciti francesi e si dovette
ricorrere alla mostruosità di dare fuoco
alle case del popolo per far venire fuori la
gente e fucilarla sul colpo)
.
Nei giorni seguenti la presa di Napoli e l'istituzione
della Repubblica giacobina, un Cardinale della
Chiesa, principe ed appartenente ad una delle
più antiche famiglie del Regno, Fabrizio Ruffo
dei duchi di Baranello e Bagnara, al tempo direttore
della Colonia di S. Leucio, di sua iniziativa
si diresse a Palermo per domandare al Re uomini
e navi per riconquistare il Regno.
Cosa fu a spingere il Ruffo a fare ciò, e cosa
egli esattamente avesse in mente, non lo sapremo
mai. Egli non era un generale, era solo un prete
nobile, come tanti a quei tempi. Quel che è
certo è che, giunto a Palermo e parlato con
i sovrani, ottenne il titolo di Vicario plenipotenziario
del Re, una nave e sette uomini.
Probabilmente, chiunque altro avrebbe rinunciato
alla folle idea. Non il Ruffo. Egli veramente
partì con quel che aveva, e sbarcò il 7 febbraio
1799 in Calabria nei pressi di Pizzo, vicino
ai feudi della sua famiglia. Erano otto persone.
Quattro mesi dopo, l'esercito dei volontari
della Santa Fede (il Ruffo chiamò il suo esercito
"Armata della Santa Fede" o "Armata Cristiana
e Reale"), o sanfedisti, era composto di decine
di migliaia di persone, ed entrava in Napoli
da trionfatore, restaurando la monarchia borbonica.
Si tratta senz'altro della pagina più eroica
di tutta la storia della Controrivoluzione italiana,
probabilmente di una delle più coinvolgenti
di tutta la storia. Per tali ragioni, di fronte
a tali eventi non si poteva rimanere indifferenti:
o si celebravano come conveniva, o si diffamavano
e smitizzavano: la storiografia italiana di
questi due secoli, e specie quella di questo
secolo, ha scelto la seconda via. Non è certo
possibile narrare i fatti storici della spedizione.
Ci limitiamo a ricordare solo che, mentre nelle
provincie settentrionali del Regno erano già
insorte in armi spontaneamente migliaia di persone
non appena Ferdinando l'8 dicembre 1798 aveva
emanato il proclama di difesa generale del Regno,
il Cardinale Ruffo da parte sua iniziò la riconquista
della Calabria verso il mese di aprile, e solo
in maggio mosse verso il nord, passando attraverso
Matera, quindi Altamura, per dirigere poi verso
Manfredonia ed Ariano, ove giunse il 5 giugno,
e si preparò a marciare sulla capitale, che
conquistò, come è noto, non senza una tragica
battaglia che rivide i lazzari napoletani nuovamente
in azione, il 13 giugno, neanche a farlo apposta
il giorno di Sant'Antonio, protettore ufficiale
della "Armata Cristiana e Reale".

Ferdinando e Maria Carolina |
In
quei giorni, durante l'assedio di Napoli,
il Ruffo avrebbe voluto salvare i giacobini
rinchiusi in Castel S. Elmo, e offrì loro
la fuga via terra; ma questi preferirono
affidarsi al Nelson, che assediava Napoli
da parte di mare; il Nelson ne fece impiccare
99, e da questo atto è nato il mito dei
"martiri della Repubblica Partenopea",
di cui sempre si incolpano i Borbone.
Ma, come abbiamo già spiegato nella voce
dedicata a Ferdinando IV, anche se forse
il Re avrebbe potuto concedere qualche
grazia in più, ben difficilmente avrebbe
potuto non punire con la morte chi si
era macchiato di altro tradimento, chi
aveva cospirato con un'invasore rivoluzionario
e aveva di fatto provocato la caduta della
monarchia e la caduta del Regno in mano
al nemico; il tutto per altro senza il
minimo appoggio popolare, anzi, contro
la volontà del popolo (e non solo di quello
della capitale), come i mesi precedenti
avevano dimostrato inequivocabilmente. |
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